martedì 27 giugno 2017

Welcome in Fascistoia!





“Nell'ottobre 1922 Pareto dalla Svizzera, con un acceso telegramma in cui diceva "ora o mai più", inviò il proprio incoraggiamento a Benito Mussolini a dare il via alla Marcia su Roma e prendere il potere"





La mia città non mi ama; non ama la cultura, non ama i filosofi, i poeti, gli artisti, per lei sono tutti chiacchieroni inutili, anche se i suoi localini invadenti sono pieni proprio dei turisti che vengono qui per la cultura e non per il mojito nella tazza di latta servito da un hipster coi baffi a manubrio; la mia città vuole un capo banda, un tizio che decide; la mia città, oltre ad aver dato i natali a Licio Gelli, è fin nelle sue più minute e litigiose conventicole, lobby di gente piccina che esclude, da un giorno all’altro senza dir nulla. 

La mia città non mi ama e l’amore non ricambiato, non è amore: è vagare in queste piazze invase dalle sedie dei localini tutti uguali, esosi e provinciali; vagare alticcio, ansioso, estraneo a questo movimento di corpo sociale, nell’odore di piscio pungente che sale dai vicoli; vagare fra gente per lo più falsa, che dice una cosa e ne fa un’altra, bonaria solo all’apparenza. Tutta gente di merda i pistoiesi. 

Si ritroveranno ben presto quel che si meritano: ecco a voi il vostro nuovo capobanda. E la cosa incredibile è che in questo leader dall’occhio ceruleo e bonario, si rispecchiano molta più gente di sinistra, gente che invece di essere nella società, ha preferito mantenere privilegi e contare ansiosamente voti; gente che non ascolta, senza passione; gente affidabile e senz’anima cui è legittimo dare consenso e potere; in questo capoccia che ama i fumetti e la musica rock si rispecchiano quegli intellettuali snob che fanno gli schizzinosi, che non prendono mai una posizione per calcolo o paura, e che si indignano sorseggiando i loro vini pregiati per l’esistenza dei salvini a questo mondo; ecco ciò che vi meritate. 

E la mia schadenfreude è di breve durata perchè poi questa società inaridita e fasulla, vagamente igienizzata e deodorata, sarà quella in cui mi toccherà esistere, dove mi toccherà vedere svenduto il patrimonio pubblico, trasformato in residenze di lusso, strappato a tutti per beneficio dei soliti pochi stronzi; mi toccherà vedere i festival di musica blindati dalle camionette della polizia, i pochi che resteranno, ed ogni altra iniziativa culturale cassata perchè inutile, dispendiosa, incompresa, inascoltata, indesiderata… mi toccherà vedere sempre più poveri, sempre più spinti al margine, dove non creano “degrado” agli occhi sensibilissimi di questi esteti, di questi cicisbei che gigioneggiano amabilmente e ostentano le loro fobie inutili come diademi; mi toccherà in sorte un mausoleo chiuso e scintillante dove far accadere ad infinite repliche il nulla, dove ammirare il vuoto zen farsi pneumatico, dove assistere all’ostentazione binaria del “io detesto” - “io adoro” da parte delle eleganti proiezioni fantasmatiche di Morel imprigionate nel loro ciclo eterno di abitudini - senza un motivo, un’idea, appellandosi al Gusto quale unico parametro di giudizio estetico, politico ed etico. 

Questione di gusti, si dice; e poi eccolo qua, appena sotto questi fantasmi altezzosi e maligni, il gregge umano belante, malvestito che si crede elegante, eccolo qua sdegnoso che esercita i suoi pochi diritti rimasti come un capriccio, che nella segretezza del voto è complice malizioso o infido pugnala alle spalle oppure va al mare, peccato non affoghino almeno quelli… bella roba si, i Pistoiesi. 



venerdì 26 maggio 2017

SLEBest




L’errore comune è dare per acquisiti i nostri diritti. 
Spesso non sono solo l’ostilità, il pensiero reazionario o la chiusura mentale i veri nemici, ma l’usura quotidiana di un’indifferenza diffusa, assurta a sistema di vita, insistente e apparentemente impalpabile come la risacca, capace di sgretolare giorno per giorno, a rate, il nostro spazio di libertà partecipata. 

Allora il primo atto di questo salvataggio è da operarsi nella memoria collettiva e nel rendere noto, svelare ciò che appare velleitario, lontano, datato nella sua dirompente attualità di motore di aggregazione e laboratorio artistico e sociale. A Pistoia questo esperimento si chiama SLEB Est (Spazio Liberato Ex Breda Est)  - Nella Palazzina F accanto all’Istituto Einaudi per molti anni, dal 2008 al 2015, si è prodotto il meglio della cultura alternativa, critica, inclusiva e psichedelica, che spesso viene assimilata in modo riduttivo dalle istituzioni, denigrata ai cosiddetti alti livelli, liquidata con le solite definizioni sprezzanti dei soliti snob come “dilettantesca” “datata” “velleitaria” “inutile”.

Ci sarebbe da discutere su queste definizioni, considerando il respiro di alcune manifestazioni che si sono tenute allo SLEB e lo spessore internazionale dei personaggi ospitati: basti solo ricordare che nel 2009 si è tenuto un workshop di una settimana con i Living Theatre, esperienza di teatro d’avanguardia che alcuni considereranno superata, ma che mi guarderei bene dal definirla dilettantesca o trascurabile, pur operando spesso con attori non professionisti. 

Superato: è l’aggettivo liquidatorio per eccellenza, lo usiamo tutti, fuorviati da un concetto semplicistico di progresso che traduce tutto in moda: fashion is fascism, si sa. Allora l’esperienza che radica le forme di liberazione individuale, sociale, artistica nelle forme comunitarie e autogestite degli anni 70, puzza di vecchio, puzza senza diventar guasta, puzza a prescindere di quelle culture che schifano i benpensanti di sempre… perchè è un fatto che la musica prodotta dai giovani o la loro arte debba essere innanzitutto fresca, modaiola e disimpegnata.

Non è così; lo stereotipo sui giovani rincoglioniti che parlano e pensano male, d’improvviso evapora: lo SLEB ha ospitato negli anni le più variegate esperienze musicali (giovani e non), dal post-rock alla goa trance, dalla techno minimale alla tekno rave, dalla musica sperimentale dalla drone music… e questo spirito di apertura incontrollata al “totalmente altro” sono state la sua forza e la sua verità incontrovertibili. 

Allo SLEB, elencando alla rinfusa hanno partecipato figure importanti della scena culturale pistoiese come InFlux, Purple Haze, Nicola Ruganti, Lorenzo Maffucci, Rete Antifascista Pistoiese, Collettivo Studentesco, Sindacati di base, Comitato Palestina.

Dal workshop con Living Theatre nacque LabAct Incursioni Urbane a cura di Luca Privitera teatro di strada non professionistico che affrontò tematiche presenti nella discussione dello SLEBest (ambiente, carcere, droghe, palestina, fascismo, referendum sui beni comuni...). Furono decine gli interventi, sia in città che in giro per l'Italia (sia a manifestazioni più "politiche" che festival).

All’attività artistica si affiancarono iniziative più classiche, dibattiti, impegno nella campagna referendaria sui beni comuni... furono organizzati dei format di tre giorni in cui affrontare un argomento su più fronti (cultura, arte, politica) correva l'anno 2010. Il primo fu "Antipodi: lo spazio nell'era dell'illusione", a cui seguirono anche la doppia tre giorni (due week end) "NPA - Nucleare, Petrolio, Acqua", un modo di contribuire al dibattito sul referendum sui beni comuni. 

Questa iniziativa confluì nel lavoro del LabAct con lo spettacolo "APNEA - acqua petrolio nucleare energie alternative", frutto di un laboratorio con gli studenti delle superiori, a cui parteciparono molti pistoiesi con interventi di ogni tipo. Ovviamente non solo pistoiesi e non solo chiusi dentro le mura dello SLEBest.


Restando sul piano più politico-sociale fu indeato "Lo Sbertoliano" (anni 2011-2012-2013). Esperimento di confronto con la cittadinanza sul tema delle Ville Sbertoli ( di cui all'epoca nessuno parlava più), che cercava di immaginare un possibile utilizzo pubblico e sociale di quella splendida cittadella. 
Il percorso durò più di 2 anni e si snodò attraverso 4 iniziative in loco (alle ville) che partirono dal mettere insieme persone interessate al posto e dal lavorare sulle suggestioni date dal luogo e arrivarono alla prima proposta di recupero dell'area attraverso la proposta di un comodato d'uso. 

Il percorso dello Sbertoliano, pur non riuscendo a forare il “muro di gomma”, era riuscito a riaprire il dibattito sulle ville, tutt’ora in corso d'opera e, anche più importante, aveva dato manforte ad uno dei "bisogni" venuti fuori dal percorso: furono aiutati alcuni cittadini intenzionati a portare a Pistoia il "Metodo alla Salute" del dottor Loiacono. Fu fornito tutto lo know how acquisito negli anni per organizzare insieme a loro, il primo convegno in zona. Un esempio pratico di come gli attivisti dello SLEB intendano l'impegno politico e sociale: DARE (e soltanto dare…) se questo par poco.

L’organizzazione del "VellaNo Arte on Tour" che coinvolse i Dada Ensemble, Circolo Hochiminh e SLEB. 10 giorni di festival internazionale d'arte interamente gratuito che sfruttava anche luoghi poco frequentati di pistoia (come il convento di San Lorenzo e la fortezza Santa Barbara). 

Poi è accaduto: il tetto della Palazzina F cede. La struttura, che vorrei ricordare, occupata solo in un primo e breve momento poi concessa in comodato d’uso dal Comune di Pistoia, diventa definitivamente inagibile.

Da quel momento lo SLEB è rimasto senza una casa: si è costituito in associazione come APS SLEBest per stipulare un nuovo contratto di comodato d’uso per ottenere gli spazi del bar dell’Ex Annona, ma una nuova legge nazionale, concepita ovviamente e sempre nel segno del profitto e non del servizio, impedisce i comodati d’uso gratuiti, anche per quelle strutture pubbliche inutilizzate e parzialmente fatiscenti che dei cittadini volenterosi vogliano recuperare a spazio pubblico e liberato, ripristinandole di tasca e tempo loro; adesso infatti l’unico appiglio degli attivisti dello SLEB è il regolamento sulla cittadinanza attiva. Nel frattempo il gruppo si è smembrato, confluito in altre esperienze, come il CSOA ExMacello per provare a stare in un percorso, seppur molto diverso dallo SLEBest, nella speranza che questo cresca e divenga un'esperienza propulsiva per la città.  

Dopo 10-11 mesi di attività (arriviamo a maggio 2016), sembra concretizzarsi questa speranza, ben rappresentata dall'ultima serata del posto: NOVENOVINE di Rachele Salvioli 

Dopo 3 giorni lo sgombero:  gli SLEBestofori propongono allora la fusione slebest/macello nella trattativa col comune. Sembra nuovamente prendere slancio la situazione. Il comune propone di partecipare al bando per la riqualificazione del Bottegone e la neonata entità partecipa, viene garantito l'ex bar annonario come sede, quantomeno per rendere realizzabile il progetto del Bottegone.

“E siamo all'oggi. Il mandato dell'amministrazione è quasi scaduto, il patto di collaborazione per l'exannona non è stato firmato dal comune. Quindi decidiamo di partire con questo Presidio Permanente fino all'ultima data utile (31 maggio). “

Così termina la lettera di Pavel, amico e compagno di numerose esperienze artistiche nelle sorgenti della creatività pistoiese, e dalla quale ho letteralmente cannibalizzato le numerose informazioni di cui vi ho reso partecipi in questo scritto. 
Vorrei sottolineare, in conclusione, alcuni fatti rilevanti, oltre l’impressionante e meritorio curriculum dello SLEB di cui qua sopra ho riportato solo alcuni stralci, la totale legalità dell’esperienza SLEBest e la disponibilità ad un dialogo con l’amministrazione che sono merce rara nella cosiddetta “Galassia Antagonista” anche in considerazione di una legittima diffidenza verso la politica di palazzo e di un connaturato rifiuto delle istituzioni borghesi.

Vedo in questa capacità di dialogo non i segni di un “ammorbidirsi” o di un asservimento; non vedo contrattazione o smarrimento, ma la ferma e urgente richiesta che un’esperienza così vivificatrice della nostra città non si spenga, e non venga da quella risacca dell’indifferenza e dell’oblio macinata finemente e dispersa nei racconti nebulosi di futuri anziani, quasi a farsi leggenda…

Io credo che una città come Pistoia, meriti lo SLEB e che possa garantire, senza eccessivo sforzo, una sede a questi attivisti mossi solo da passione politica, disinteressati, curiosi, creativi. È in questi luoghi che accade un talent scouting di segno diverso e opposto alle ridde televisive, dove l’artista viene trasformato in fenomeno da baraccone, in diuturna macchina performativa per monetizzare il suo talento. Macchina da risultati. È in questi luoghi che si oppone definitiva ed estrema resistenza all’avanzata di movimenti fascistoidi come Casa Pound, al loro occupare gli spazi lasciati vuoti dalla gentrificazione, offrendo un modello di convivialità alternativo e umano (nel senso più nobile che ha ancora questo aggettivo).

Lo SLEB in ogni ambito ha acceso dibattiti costruttivi, costruito civile e gioiosa partecipazione, infuocato animi, ospitato gruppi di acquisto solidale, avvicinato culture lontane, si è fatto latore dei temi della decrescita, proposto musica diversa dal solito gradevole ronzio da localino  hipster. La trattativa è in corso, i nostri amici sono scoraggiati: i comuni si muovono sul doppio binario del politico e dell’amministrativo e ritengo, come mia personale opinione, che ci sia l’interesse politico a risolvere questa situazione di stallo, ma vuoti amministrativi rendono macchinosa l'operazione…

Dubito fortemente che altre forze politiche in ballo in questa tornata elettorale alle porte, abbiano non dico l’interesse, ma la sensibilità almeno per comprendere la ricchezza dell’esperienza SLEBest. Allora io credo che un primo passo per la “citta laboratorio” che vogliamo realizzare, la città psichedelica (nel senso suo proprio di espansione della coscienza) e inclusiva, sia restituire ad uno dei più fertili laboratori di aggregazione e creatività urbana uno spazio in cui operare, in brevissimo tempo.











giovedì 4 maggio 2017

Insieme




Per molto tempo non ho votato: ho praticato l’astensionismo con convinzione, come mio unico strumento e diritto per dire al mondo della politica che non mi sentivo rappresentato; per dire al mondo che si può avere una visione libertaria, praticare l’anarchismo come forma di impegno e non come schermo di una delusione; è accaduto forse crescendo (o invecchiando) che la delusione si è rivelata più forte dell’ideale, che l'impegno e l'entusiasmo sono venuti meno e che comunque, si, ok, sono “sempre stato anarchico” è sempre una buona argomentazione per potersi defilare elegantemente dall'agone politico…

Talvolta però ho votato: ho votato i radicali perchè unici promotori di fondamentali lotte di civiltà laica ed emancipazione. Votai per ostacolare l’ascesa vertiginosa di Berlusconi. Ho votato Rifondazione come atto di affrancamento dai profondi retaggi anticomunisti e democristiani della mia famiglia. Ho votato il Movimento 5 Stelle l’ultima volta, perchè ho pensato come molti, che fossero l’unica credibile alternativa alle forze politiche in campo da sempre; ho cercato ingenuamente, come molti, la Purezza, l’Autenticità, l'Incorrutibilità trovandomi di volta in volta sempre più scontento; realizzavo una profezia che si auto-avvera: perchè nessun essere umano (difficilmente un "essere umano italiano") potrà mai essere perfetto, quindi mi sono beatamente intrappolato nella mia stessa, autoindotta, amarezza. Quando ho votato, l'ho fatto sempre alle politiche: non credo di aver mai votato alle amministrative, nè di aver mai partecipato alla vita politica della mia città, (se non quando ero molto giovane) del mio “microcosmo” dove da 46 anni mi muovo, da cui traggo gioie e dolori… mi sembrava poca cosa, rispetto alle grandi Orologerie della Storia, rispetto ai Grandi Movimenti Politici, rispetto alle Immense Macine della Finanza e della Globalizzazione… che può fare un piccolo sindaco con la sua piccola giunta? 

Negli ultimi tempi ho lentamente riesaminato questa mia posizione di sconforto, sfiducia, impotenza: l’aver frequentato gruppi di decrescitori, i GAS, le piccole associazioni che promuovono cultura dal basso mi ha fatto comprendere come sia più importante partecipare della vita politica della nostra comunità, come questo mondo al margine necessiti di essere rappresentato e di aver voce in capitolo; è la comunità cui apparteniamo quella che è più fragile, più esposta alle tempeste mediatiche, ai malumori e alle ingiustizie: è in essa che avviene il primo contatto sociale e umano, fra donne e uomini, fra integrati e disintegrati, fra migranti, nomadi e stanziali… è nella comunità dei prossimi che accade la politica vera, imperfetta, senza filtri, dove i valori si affermano o muoiono, dove si stabiliscono i contratti sociali basilari, quelli del lavoro, della famiglia, dell’accettazione della diversità; è qui anche che accadono la xenofobia, l’esclusivismo, la selezione, la violenza domestica, la criminalità, la tossicodipendenza e la ludopatia … non “in astratto” a Roma. Non a New York. Non a Berlino o a Tokio. 
Succedono anche lì ovviamente, ma io posso agire solo localmente in maniera incisiva, avendo la possibilità di operare un concreto cambiamento.

Perciò ho compreso due cose: la prima era che non votavo più, non perchè sono anarchico ,ma solo perchè mi ero rotto il cazzo: il mio non-voto era diventato come il voto viscerale del leghista e del fascio - solo che questi poi votano davvero e vengono rappresentati nelle sedi ufficiali - ; non era più quell’atto libertario e romantico del giovane Andrea. Era l’inazione, la resa al Nulla degli stremati personaggi della Storia Infinita, la pigrizia di chi è esausto e non trova altro conforto che fermarsi lì dov’è e accasciarsi a terra; un secondo letale "infarto politico" dopo quello, ahimè, fisico. 

La seconda cosa che ho capito è che avevo questa possibilità, potevo esercitare un mio diritto e scegliere una persona della mia comunità, un mio pari: non un “capo”, un tecnico, un professionista, un maestro, un guru o altro titolo che legittimi la conclamata esclusione e la delega ottusa e remota del potere popolare a chi "di dovere"; uno che veramente potesse rappresentarmi, una persona in tutta la sua meravigliosa fallibilità, senza per questo dover prendere tessere di partiti ormai destituiti di ogni senso e coerenza. 

Perciò ho deciso, nonostante tutte le magagne e dubbi a me connaturati, di candidarmi consigliere comunale nella lista civica Insieme Per Pistoia, dove ho trovato persone ed amici che ho sentito simili e sodali a me, per imperfezione, per la variegata estrazione politica ed il percorso non sempre lineare, ma con i quali condivido alcuni ideali di società “inclusiva”, socialista, paritaria, laica e progressita che si vorrebbero passati di moda e che a me continuano invece a piacere un sacco!

Questo è quanto scrissi a Francesca Matteoni agli albori della mia presa di coscienza, dopo un pubblico incontro con Samuele Bertinelli alla presentazione della Lista Insieme Per Pistoia:

“Sono stato profondamente colpito dalle parole di Samuele Bertinelli, credo che sia una di quelle persone rare e preziose che comunque la si pensi, non si possa non accordargli stima e fiducia; potrebbe essere per Pistoia quel che Giorgio La Pira fu per Firenze. Nel 2012 prima dell'elezione, mandammo a lui e all'ancora in lizza Roberto Bartoli le famigerate "99 Tesi per Pistoia" che volevamo affiggere, come fece Martin Lutero, sulla porta del Comune, in maniera provocatoria. 
Devo dire: sicuramente Samuele a differenza del Bartoli, le ha lette. E non solo: alcuni di quei punti che parevano utopici, fanno parte di scelte programmatiche in atto, e di progetti, strappando a chi vorrebbe farne vuote parole d'ordine, concetti fondanti del nostro futuro come Marginalità, Bioregionalismo, Decrescita, Sofferenza Animale, Parità di Genere etc…

Vedere un "uomo del PD" (o in fuga da esso, almeno dalle sue ridicole lotte di potere interne e dal tronfio renzismo), portare avanti queste battaglie, mettere al centro la cultura come un fatto vivo e non come la celebrazione e lo sventolio del gran pavese della Pistoia Colta Che Fu, sentire che, nonostante tutto, io mi riconosco nella sensibilità di questo giovane sindaco carismatico e umile, al servizio della comunità, che come me e diversamente da me, anarchico e diffidente verso la politica dei palazzi tutti, oppone resistenza strenua ad un non-pensiero unanime da destra a manca (eh si, manca proprio…) dove tutto è ridotto a mercato\spettacolo… beh ecco, forse quel credere nell'Impossibile e praticarlo cui ti riferivi ieri sta diventando una concreta possibilità. L'unica che abbiamo: perciò, una tantum voterò questo mio "simile" perchè non credo che realisticamente ne possa rinascere a breve un altro: perciò finchè possibile teniamocelo d'oro e sosteniamolo.”

Enjoy!

giovedì 29 dicembre 2016

Ich bin ein Österreicher





(ovvero i buoni propositi per l'anno nuovo che andranno a farsi benedire)


Un paese non è un’azienda. 
O meglio: non dovrebbe essere soltanto una macchina per creare profitti, per distribuire salari, per formare classi di privilegiati e di servi; di ottimi e mediocri, di benestanti e precari;  un paese può essere una Famiglia, quindi anche un luogo d’intrapresa economica, perchè ci sono risorse da gestire, c’è il pane quotidiano e anche quello del domani, ma non si riduce alla sola economia una famiglia: la famiglia è fatta di più ampie condivisioni, di legami, di affetti, di turbamenti, di contrasti, di parole e di intenzioni. 

Una famiglia non può nemmeno permettersi di essere selettiva, efficiente e meritocratica, perchè nessuno può esser lasciato indietro e si prende quel che viene; il figliol prodigo, la testa di cazzo, il tontolone, il sognatore, l’ingenuo, la pecora bianca e quella nera…  

Non vince e non perde nessuno in famiglia, perchè se qualcuno affonda, tutta la famiglia soffre: non può nemmeno permettersi il lusso della schadenfreude che è oggi largamente praticato.  Non è l’efficienza il parametro giusto, ma la Cura. 

Quando una famiglia designa il proprio leader, non sceglierà mai un livoroso, un instabile, un fomentatore di odio, uno spaccone, uno che passa le giornate a mandare affanculo tutti. Sceglierà possibilmente, una persona saggia, affidabile, ponderata nei suoi giudizi, che pensi al bene della famiglia, non al proprio lustro. Non sceglierà persone che inveiscono contro tutto e tutti cavalcando la rabbia e promuovendo linciaggi; non sceglierà nemmeno chi ostenta sicurezza e sbrigativamente cerca di raggiungere obiettivi ambiziosi cercando di convincerti con la parlantina lesta del piazzista. 

Non sceglierà chi lavora per favorire interessi estranei alla famiglia, o ad essa apertamente ostili.  Ecco la novità non nuova, che davamo per scontata, ecco la scelta davvero difficile: si sceglierà, d’ora in poi chi lavora per il popolo, per il suo benessere, per la stabilità e la serenità delle famiglie che compongono il "popolo \ famiglia" stesso; si sceglierà chi è tollerante, disposto ad ascoltare, chi è risoluto senza essere prepotente ma soltanto autorevole. 


I nostri bravi capoccioni ancora non si sono resi conto di questo e continuano a proporci figure inattendibili, datate e irritanti, suggerite dai soliti esperti phonati e arroganti, col nodo della cravatta grosso e stretto, che poco sangue lascia affluire al cervello; e che ideone hanno gli esperti: alternanza fra cariatidi e opache eminenze che da ere geologiche stratificano l’emiciclo e guitti dalla parlantina svelta tipo dj radiofonici anni ottanta; e ancora, gli indignati che quotidianamente costruiscono sull’aggressione contro i più svariati obiettivi la loro visibilità politica; tutti questi hanno un unico comun denominatore: l’inautenticità.
Gente che prova ad essere qualcosa, che s’immedesima, che non potrà mai "essere".

Non ci interessano più. Spiegateglielo per cortesia.
Cerchiamo persone semplici adesso, persone intelligenti, che abbiano dedizione per la gente, che la sappiano ascoltare e proteggere, senza paternalismi, senza diventare mummie istituzionali o rockstar. Persone mature che si prendano cura del paese. Adulti.


PS: un adulto non disdegna il gioco certo, ma nella “polimica” italiana si abusa spesso di questa metafora ludica. Le "regole del gioco", chi vince e chi perde. Questi signori devono rendersi conto che la responsabilità di rappresentare un popolo non è un gioco, men che meno d’azzardo. Cerchiamo adulti responsabili; i ragazzini smaniosi di fare, i vecchi avidi di potere arroccati sui lor scranni, e i vaffanculisti non ci porteranno da nessuna parte. 
Pensate all’Austria!

Un paese non è un’azienda, non è una sala slot nè un castello arroccato sulla cima del monte. Un paese è il posto delle relazioni, dove accade la vita.



…in effetti, come non pensare all'Austria per Capodanno? 


mercoledì 28 settembre 2016

Sedazione








La civiltà è l’immensa sedazione
le chiese e poi la Roba
piccolo schermo e grande fresco
la voce che poggia, di diaframma
quella che dalla buca 
sibila il suggerimento

m’intrattiene al 
posto mollusco
da succhiare
& risucchiare

ogni danza, gioco, vertigine, parola
per la creazione della veste e del pudore
scolora la decorazione 
che mi disegnai addosso;
in cambio vengo griffato
simboli di appartenenza
e marchi registratori,
avvilita esposizione 
sul corpo nascosto,
da esibire in grotteschi 
rituali privati di canonico erotismo
o sulle spiagge, 
dove al prossimo nostro
ci si confonde un po' sudati

solo occhi 
emergono dal fango dei costumi,
puntano come mirini
discriminano, imperterriti
analizzano
stringono
concludono

era iniziata per dare rifugio ed è diventata galera;
era partita bene:  tracciava sentieri e alfabeti
poi ha scavato fosse comuni e formulato sentenze

Pazzi nuovi, affilati e retti
senza pietà nè coscienza
senza gioia
gentilissimi, sclerati 
creatori di Dei
di sostanze subdole
venditori di slot machines
contasoldi e bari 
disegnatori di spazzatura 
di cubicoli, di urne e stracci
rispettabilissimi, 
guai a dirne male!

All’azzardo di massa &
al puttanaio segreto
moralista, malata d’AIDS
terminale che redige
dimenticabili & lacrimogeni 
bestseller

contempla dispositivi, 
barre di caricamento
in attesa del segnale, in cerca di campo
in cerca di una 
presa vuota


si è generata
la solitudine nuova, 
di entità sempre connesse e disponibili
quanto scollegate e indolenti

nella pluralità promessa
nella diversità e nel diritto,

siamo finiti a spolverare 
oscurantismi antichi
la vecchia lotta fra
chi si crede libero e 
chi si crede strumento di dio

fatale accostamento di
medioevo e fibre ottiche

Finisce la civiltà delle persone & delle comunità
degli scettici paralizzati, dei creazionisti
dei puttani, degli arrivisti, dei decrescitori, 
degli adepti della scia chimica,
dei mangiacarote e degli sterminatori di bestie
la scienza si è fatta dogma
la libertà, impedimento
e dio è resuscitato

chi vorrebbe continuare a votare
tentare rivoluzioni pigre
per cadere disarticolato 
sulle gambe malferme
schiamazzando nelle piazze 
guardato come un fantasma?

solo occhi, increduli
ben disposti all’inganno

il pensiero si contrae
diventa un buco nero
la coscienza finalmente 
scompare.

Inizia la sedazione nuova
più consona all’economia 
contemporanea
per la quale
basterà esistere
al limite dell’organico
respirare 
contare alla rovescia 
i battiti del cuore
che ci separano dallo spegnimento
o un provvidenziale accidente

la valigia vuota, accanto ai panni ripiegati con cura
e nel mezzo, nudo 
sorride il sant’uomo
di domani.

mercoledì 14 settembre 2016

Canti sul termine dell'estate




« - Siete Norma Desmond, sì!, la famosa attrice del muto. Eravate grande!
- Io sono sempre grande, è il cinema che è diventato piccolo! »
(Joe Gillis e Norma Desmond in un dialogo del film “Viale del Tramonto”)

The west is the best - Jim Morrison 



Prima dell’autunno
una fiacca primavera;
rinverdiscono 
senza entusiasmo
gli sterpi gialli
sbocciano fiori tardivi
turisti di settembre
che si consolano 
dicendo
“c’è meno confusione,
c’è meno gente
…le giornate sono più corte
ma è ancora caldo…”
da sotto il telo colorato
bucano la schiena i ciottoli 
portati dalle mareggiate,
rimpianto
per quella gioia giovanile
che non era nulla di eccezionale
ma era di luglio
e indossato il costume da bara
ci tuffiamo nella quiete scintillante
rossa e gialla
del termine dell’estate
del giorno
del tramonto
del Grande Occidente
della domenica sera
è ancora caldo
e le cicale 
hanno smesso 
di cantare.

Dalla valle si alza il vapore della cometa
la sua chioma gelida 
si è adagiata, senza precipitare
nella foresta secca;
non disseta la cometa
é di ghiaccio, secco anch’esso…

retaggio di mondi governati da
una fisica sovvertita
dove l’estate è gelida arida
è l’inverno rovente umido
di neve fiammeggiante
che brilla come oro
sopra montagne capovolte

australe surrealtà:

ora siamo rincoglioniti
per davvero:
giornate sempre più brevi
ci regalano l’euforia sbandata
di ragazzini prima del rientro a scuola
rimbalziamo come palline di un 
vecchio flipper
suoniamo come campanelli 
brilliamo a intermittenza
sul nostro fondale buio
dove accadono
la mafia
i terremoti
la fine della coscienza:

ci arriviamo tranquillamente a piedi
facciamo una passeggiata 
alla fine dell’estate,
a Punta Righini
dove sugli scogli
si sfascia la movida  
con l’oligarca russo
e spesso c’è puzza di bottino…
solo il mare 
la sua inerte contemplazione
come d’incendio blu liquefatto

ci arriviamo tranquillamente a piedi
nessuno ci carica su camion 
nessuno ci deporta o ci forza
non siamo costretti a migrare
a pagare scafisti…
scendiamo autonomi da basso
con quei vestiti marinareschi
quelle camicie di lino bianco
e gli infradito
con gli abiti leggeri e colorati
con la pelle salmastra e abbronzata
che sa di doccia recente
e di profumo da tre soldi:
stiamo sugli scogli
dove ci facevamo le canne da ragazzi
stiamo accovacciati e apatici
come i bambini
di Houses of the Holy
e nella mente dolcemente ottusa
risuona “the rain song”

no hay banda:
e nemmeno Michele 
con la sua chitarra
che schizoide suona tutto
per alcuni secondi
poi si rompe il cazzo

esiste solo il silenzio
racchiuso
nelle sciabordio delle onde

Su questo impasto
scende la notte 
con le stelle che pungono,
chiarori di città costiere disossate
temporali in lontananza sulle colline
come film muti di esplosioni 
e al rallentatore
si apre la custodia del corpo
e ne escono vecchi occhiali
dai naselli arrugginiti 
dal sudore
che segnavano le guance 
a sangue talvolta 
nella calura,
poi a tentoni, nel buio
ritorno in quel letto piccolo,
incassato fra il muro ed il cassettone
sotto la finestra
a casa della Fernanda.


le stelle premono, 
come chiodi di Castellani, una tela nera
il fischio del treno mercio lontano
le nottate di scirocco e quelle di libeccio 
e poi là sotto quel cumulo 
d’aghi di pino fradici
l’irricordabile infanzia, 
con le sue mutande celesti
i suoi sandalini di plastica
pieni di sudore e rena
scavata dalle tarme, piena di buchi
di voci senza faccia e facce senza voce

il granchio che spunta 
da sotto il cemento
per mangiare le briciole di focaccia
che cadevano

una stella marina 
mimetizzata sul fondo
inattesa

quel che resta
al termine dell’estate.


***  

Se io fossi un alieno
osserverei nascere la parola
dalla incertezze, come un errore
un fraintendimento
di quei graffi sulla corteccia
a contare bestiame e miserie
unghie lasciate sulla pietra
per distinguere un cammino difficile, da uno letale
la precisione disperata nel ritrarre ruminanti
in grotte buie e malsane
osserverei scarsi progressi
da quel passato lercio
se io fossi un alieno, osserverei

•••

Se ai bambini dessimo pistole vere
essi giocherebbero 

con la stessa convinzione
totalmente in parte
assorbiti
risucchiati

non bastano
questi soldatini di piombo
che agiscono con devozione
nei terzomondi e nei califfati

la coscienza incompiuta
del Male diventa nido

pigolio di rapaci piccoli
che sgomitano
precipitando fratelli
spelacchiati

non basta
la mano adulta 
che si insinua da sotto
ad animare un burattino

a spiegarmi della vita
l’esuberanza spietata e ridente

la fede di chi impara, abusata
non basta

se dessimo loro pistole vere
il crudo oggetto
senza alcun insegnamento
essi giocherebbero 

con la stessa convinzione
totalmente in parte
assorbiti
risucchiati
nel solito 

vecchio gioco.

giovedì 28 luglio 2016

Puruṣa पुरुष




« Da questo sacrificio, compiuto fino in fondo, / si raccolse latte cagliato misto a burro. / Da qui vennero le creature dell'aria, / gli animali della foresta e quelli del villaggio. // Da questo sacrificio, compiuto fino in fondo, / nacquero gli inni e le melodie; / da questo nacquero i diversi metri; / da questo nacquero le formule sacrificali. »

Ṛgveda X, 90, 8-9; citato in Raimon Panikkar, Op. cit., 2001, p. 101




con i cani 
sulla strada bianca
e un destino automatico, 
qualunque esso sia
la caduta, il malore,
la stanchezza, il calore
la conclusione indolore
molle agonia & duro conforto 

camminare 
discesa all’andata
& salita al ritorno, 
seguendo la
striscia bianca 
di pietre e ghiaia 
abbaglianti sotto il sole
appoggiata al fianco della montagna
orlo scucito
al panorama 

sentirsi deboli e inadatti
(deboli ma non teneri)
un unico organismo assetato
di poche parole
la lingua penzoloni
la maglia intrisa di sudore
continuare a marciare (non marcire)
per tornare alla macchina
sperare di farcela
il trailer di un attacco di panico
che non è stato girato 

completamente fuori allenamento
luglio è già stato una merda 
senza bisogno di aiuto-

i ruscelli asciugati
i cani hanno sete e caldo
temo per loro

ci fermiamo all’ombra
parliamo per un attimo:
occhi che s’incrociano
poi l’incitamento: 
la macchina è vicina!
torniamo a casa!

quanti pensieri sciocchi 
nella testa scolpita dal caldo:
il nordogging misto 
di nordic walking e dogging
da far con i cani al posto delle bacchette-

quante idiozie, quante idee insulse
quante amarezze, quanti rimpianti, 
e all’improvviso un vuoto 


dove risuona solo il respiro e
la paura di iperventilare
come al Monteisola la Cecilia,

di sentire le mani informicolirsi
e poi di nuovo il vuoto


solo l’assenza del balbettio 
insistente del cervello;
risiamo alla natura
il bosco emette mille voci
che s’intrecciano:
all’inizio, un brusio di sangue e insetti
le cicale, i grilli, i tafani 
che bevono il sudore 
e pungono le gambe
poi, dalla trama fitta
dei cinguettii, 
indistinti in un primo momento, diventano voci diverse
di un parlare di paese, come donne dalle finestre
domande e risposte intraducibili
totalmente comprensibili

poi, si staccano dallo sfondo sonoro le foglie
sfregate dal vento, dopo
immobili nel calore- 

nel silenzio ascolti odori e profumi
e in ultimo un rapace 
che sembra piangere
come un bambino
altissimo,
disegna un tondo nel cielo
un girotondo da solo
e tutto è fermo, di nuovo nulla
di nuovo 
così sorprendente.





karma bello d’allarme: 
allerti e allatti alla meglio, l’umano manipolo d’immani polli che a pullular in croci. Se vizi, eviri tu, birilli e bocce dal sottoscocca, e blackmerda acclami al tuo governo: 
Evviva dunque
la costante, l’incostante, e il costato trafitto dalla longilinea lancia. 
Evviva dunque
l’aspremitura dolce e la zuccheratinosa scorza d’ingannevoli lémoni, 
giallo inferno a cinque centesimi il bicchiere. 
Evviva dunque
i mercanti bambini sul soglio vaticante di case ipotecate, 
a vender beveroni ingenui a’ vicini ipocriti, 
Evviva dunque
l’imbambolato arcano scoglio dove, liposolubile, 
a’ mulini invalidi gettava nostalgiche quintessenze di vetro. 

Evviva il passato che sopiva il futuro 
con ghirigori di ricordini microscopici, ingigantendo l’ottuso infinito ad arte. 

Erano i tempi stabili dello scisma all’improvviso. Erano le stampelle empie della provvidenza cosmica: era soprattutto e contemporaneamente sotto e accanto, l’oscena epifania di stati della materia inattesi e a lungo sorseggiati all’ultimo bigbang. Era cristo che mangiava garbato le noccioline da scimmia ammaestrata, che competevano alla sua funesta incarnazione.  
Era budda che digiunava, sdraiato accanto: e non sarebbe morto di stenti
Era maometto che schifava la saliva dei cani e si lavava compulsivamente le braccia leccate. Era la lebbra e l’acciacco di molte sapienze che appena emerse dalla Perennità, occultate e buie e ostili, si sfaldavano medusamente al primo sole.
Appena spiaggiate perivano. 
Nuovi dei monoposto che l’uomo facevano pilota & alibi, inesperto & sacrificabile: un’esca impestata di promesse; e litigano gli dei monoposto, e corrono il loro granpremio dove chi vince è vero e chi perde è morto. 
Miliardi di morti. 

mi fanno schifo i giovani: non hanno manco gratitudine per la loro ignoranza; meglio dell’eroina e gratis; moltiplicano le loro cellule senza saperlo e sembrano tante pere da cui penzolano i fili bianchi di un dispositivo come miceli di cosmici parassiti, isolati ma uniformi, solitari ma aggregati in grappoli umani, dai pantaloni aderenti, come un perenne pigiama. paiono trasognati e sono solo spogli; immaginazione e velleità sfasciate su wikipedia, la cortesia sprezzante di futuristi senza cervello, tutti dislessici dal cinismo precoce; le trasgressioni previste, un tatuaggio fra mille come mille altri.
quei loro nomignoli monosillabici da botolo: choko, warp, skizo, impressi a bomboletta su monumenti e palazzacci, senza distinzione, a documentare trasgressioni a buon mercato & adrenalina di paese, dove la moda arriva quando è passata di moda, una manifestazione di essere già gobba, la scoliosi di anime schiacciate dal Tutto Ora e Subito. ammassati nei soliti autobus con gli zaini gravidi di libracci illeggibili e mai letti. farneticare, fare sport brutti, scarabocchiare muri con le loro inutili sigle e vestire come in tempi non lontani ci si vestiva malati in casa. mi fanno schifo i giovani che tutto pensano loro dovuto e si ritroveranno senza diritti nel giro di ventanni, altrochè sbombolette e ippeoppe, get rich or die trying it, maciullati nei loro telefoni & figliare alienati, si fa perchè va fatto, con equitalia alle costole. mi fa schifo quella luce arrogante & sgamata da furbi che scampano qualche tassa, una luce vecchia da bottegaio stronzo. mi fanno schifo quando sono bravi & fasulli, quando sono ignoranti & violenti, quando sono tutto ciò insieme. mi fanno schifo perchè non hanno un cazzo di idea che sia uno. l’unica cosa che gli resta è schiantare in nome di un diomerda uno, con un gilet di tritolo, a casaccio, in mezzo alla folla di maiali che disprezzano e di cui sono figli & genitori. e la giovinezza che ha smesso di fuggire tuttavia, si protrae come un cancro nei maturati male, un continuo germinare, una suppurazione danzante e sgraziata, l’esatto opposto di Zarathustra.


Parlavo domenica con Tiziano; lui è un conoscitore di piante e fiori. Mi ha detto una frase semplice, lapidaria riguardo alle piante da fiore: per fiorire bene devono avere poca acqua. Non mi ricordo, perdoneranno gli esperti, se si riferisse alle piante da fiore in generale o ad  una specie in particolare, ma ho colto in questa osservazione uno schema comune della Natura. La sofferenza.
Non hai vino se non spremi i chicchi d’uva. Non ottieni proteine nobili senza uccidere. Qualsiasi produzione richiede un travaglio. Lo stesso accade alle persone e penso ai poeti in particolare, fra di loro a Arsenij Tarkovskij e a Luigi Di Ruscio. I loro versi hanno una potenza che deriva dall’esser stati macerati dalla vita: non hanno conosciuto mollezze, ripieghi… sono stati forgiati nella povertà, nella fame, nella guerra. 
Non hanno avuto solo le disgrazie, che fanno parte del percorso di chiunque: la perdita dei propri cari, degli amici, gli incidenti o le malattie, ma hanno dovuto anche affrontare la storia ed i suoi tumulti disastrosi. Arsenij perse una gamba in guerra. La famiglia di Di Ruscio venne perseguitata dalla povertà e dal fascismo.
Anni e anni fa un amico mi disse che alle nostre poesie mancava la dimensione del tragico: beh, come potrebbero averla? Le nostre tragedie accadono nel comfort un po’ disumano di quest’epoca. Abbiamo il cheap thrill della precarietà, l’ossessione per la Sicurezza che ne consegue, e poco altro, forse un po’ di terrorismo a movimentare le serate? Per il resto le nostre lacrime vengono assorbite da comodi divani ikea. Le nostre malattie ci vedono accolti da una scienza medica evoluta e sbrigativa: per i mistici benestanti ci sono anche discipline alternative di facile reperibilità a costi esosi che possono dar conforto e placebo effect. Mancano gli amici forse, più compagni di chiacchiera leggera e bevute spensierate che autentici sodali. Manca la solidarietà dei poveri con i poveri, ci si prospetta una nuova miseria di solitari & spietati randagi; mancano la donne che si riunivano per piangere i morti. Manca l’autentico senso di comunità che si era tentato di ricostruire dagli anni 60, per fallire miseramente. 
Le nostre comunità sono egoiste, confortevoli (ancora per poco) e disarticolate. Mancanti della responsabilità ad assistere gli anziani, mancanti del senso di famiglia. Viviamo in una infida mollezza, che ci toglie la vita un po’ per volta. 
Montessori teorizzò e attuò il suo metodo ai tempi del Fascio, fra persone di una povertà disarmante e assoluta ed in un mondo assolutamente maschilista, votato alla tragedia e al sopruso. Forse è questo il segreto dei grandi poeti: riuscire a trovare spazio per la spiritualità (che leggera o pesante, non occupa volumi nè ingombra) nei periodi di massima penuria materiale ed asprezza morale. 


Un cratere
La traccia fredda 
di un impatto

A new insect

Gioia balbuziente e goffa
non l’inarcare agile della schiena di acrobati
un puntiglioso palinsesto
di carni animate
la profezia senza data
la ricorrenza imprevedibile
l’errore nella replicazione…

the beat goes on

“Il bambino non è debole e povero; il bambino è padre dell’umanità e della civilizzazione, è il nostro maestro anche nei riguardi della sua educazione. Questa non è una esaltazione fuori misura dell’infanzia, è una grande verità”.

Maria Montessori